Siccità, desertificazione, clima estremo: le soluzioni

Caldo record, scarsità di acqua potabile con divieti e restrizioni per il suo uso, siccità, clima estremo e bombe d’acqua: i cambiamenti climatici sono evidenti anche qui a Verona e sembrano di natura permanente. Per le temperature torride possiamo fare poco, ma per la siccità e la scarsità d’acqua ci sono soluzioni.
Quali possano essere siamo andati a chiederlo a Tarcisio Bonotto, presidente dell’Istituto di Ricerca Prout di Verona: “Non possiamo più far conto sull’acqua da ghiacciai e dalla neve, ma dovremmo raccogliere l’acqua piovana dove cade. L’acqua piovana dovrebbe essere considerata una risorsa, non un problema. Va bene tenere in ordine la rete fognaria per lo smaltimento, viste le caratteristiche delle precipitazioni recenti rare e violente, però sarebbe bene attrezzarsi anche per la conservazione dell’acqua.
Vasche, pozze e bacini di raccolta sparsi nel territorio collegati da canalizzazioni, per raccogliere la pioggia dove cade, ripristino di fossati e canalizzazioni, riforestazione decentrata per trattenere l’umidità (un ettaro di bosco trattiene nelle sue radici oltre 250 tonnellate di acqua) e creare un microclima che temperi la calura; ciò impedirebbe il dilavamento dei terreni, le frane e gli smottamenti.
E nelle abitazioni la possibilità di riutilizzare l’acqua di docce, lavaggi dopo sgrassamento e depurazione per irrigazione e per sciacquare il wc. Per l’agricoltura, irrigazione a goccia e a dispersione invece che a spruzzo e getto.
Tutto questo può sembrare di difficile realizzazione, ma, come ci spiega Tarcisio Bonotto, “lo abbiamo messo in pratica in un progetto in India, battezzato “Ananda Nagar”. Utilizzando e realizzando questi sistemi abbiamo creato un microclima favorevole che ha trasformato 100 km quadrati di area desertica in zona fertile, coltivata, verde, con insediamenti per decine di migliaia di persone, scuole, industrie e una università. Pensate che in quella zona ora si coltivano persino la vite e piante da frutto delle nostre zone. Se questo è stato possibile in una delle aree più povere ed aride dell’India (nel distretto di Purulia, Bengala Occidentale), con pochi mezzi, a maggior ragione si può fare in una nazione sviluppata come l’Italia, in condizioni non così estreme. L’importante è iniziare, perché ci vogliono anni prima che i cambiamenti abbiano effetto – in India abbiamo lavorato per oltre 30 anni per ottenere questi risultati. Il nostro sforzo ora è indirizzato a contattare le amministrazioni a tutti i livelli, comunale, regionale e statale, illustrando quanto fatto, perché possa portare luce e spunti sul da farsi prima che sia troppo tardi. A dicembre visiteremo ancora Ananda Nagar per vedere lo stato di progresso e raccogliere quanta più documentazione possibile, che possa illuminare i nostri politici sul da farsi. Chi volesse unirsi a noi sarà il benvenuto”.

Franco Bressanin
Direttore Istituto di Ricerca Prout

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