La favola del ritorno dei giovani in campagna

Pubblichiamo un articolo particolarmente interessante e significativo di tempo.it.
Lo specchio di vita descritto dal giornalista Daniele Guarneri non è solo veritiero ma descrive con fluidità ed armonicità la vita quotidiana di noi agricoltori. Attualmente solo l’11% degli operatori in agricoltura ha meno di quarantanni mentre l’età media della popolazione agricola è di 57 anni. Dalla favola forse sarebbe meglio passare alla realtà! 

Diteci se conoscete un prodotto che oggi costa come venti anni fa. Anzi meno. Perché di questo si parla. Ve lo diciamo noi: il latte. Nel 1996 il prezzo medio del latte crudo alla stalla era di 43 centesimi al litro. Oggi siamo arrivati a 34. Senza cadere nella trappola di quegli agricoltori che piangono miseria, è facile capire che qualcosa non va. Perché è evidente che nel corso di vent’anni tutti i costi di produzione sono aumentati: mangimi, carburante, macchinari, lavoro umano, energia elettrica. Come fanno le aziende a stare in piedi? Non possono, infatti chiudono, oppure diventano le migliori clienti delle banche. I problemi sono tanti e anche di natura politica, non solo nazionale. Ma andiamo con ordine.
Se c’è una cosa evidente è che è difficile vivere di agricoltura. Quante cascine vediamo abbandonate nelle nostre campagne? Non si contano più. Eppure continuano a raccontarci la favola che dice di un ritorno dei giovani in campagna. C’è stato un tempo in cui tutti, dai nonni ai bambini, dalla mattina alla sera, andavano a sgobbare nei campi. A lavorare come delle bestie insieme alle bestie. Col passare del tempo sui trattori e nelle stalle ci finivano i figli meno intelligenti, mentre gli altri andavano a scuola. Poi più nessuno: troppa fatica, meglio un lavoro in città, nelle moderne fabbriche. Negli ultimi anni, invece, con la crisi e la forte disoccupazione, l’agricoltura è tornata ad avere un certo appeal. D’altronde la terra dà lavoro e qualcosa ti fa mangiare, dicono in molti. E sai che soddisfazione mangiarsi un pomodoro che hai piantato e cresciuto da solo? Il cibo fai da te è sicuramente più buono, sano, sicuro, bio. Raccontano anche che il lavoro in campagna segna un ritorno di valori e tradizioni oggi dimenticati. E pure di un certo guadagno, tutt’altro che da sottovalutare.
A invogliare i ragazzi anche le politiche regionali, nazionali ed europee: campi abbandonati affittati a prezzi agevolati, capitali a fondo perduto o che rimborsano fino all’80 per cento di quello che hai speso per avviare una nuova attività, anzi una “agristartup”. C’è persino un premio di insediamento.
I numeri del settore
Le storie che funzionano non mancano, ma i dati mostrano che in realtà la grossa fetta delle nuove attività inerenti l’agricoltura e la silvicoltura vengono avviate da chi ha più di 35 anni, in moltissimi casi anche oltre i 50 anni. E sulle 45.993 nuove partite Iva del 2014 in questo settore, solo una su cinque è stata aperta da un under 35. Inoltre va sottolineato che molto spesso queste nuove avventure fatturano appena il necessario per riuscire a garantire uno stipendio a chi vi lavora. Difficilmente creano occupazione. Per tanti sono più che altro un tentativo di fare qualcosa pur di non stare a casa a fare il disoccupato, invogliati dai finanziamenti pubblici e dalle favole che lavorare la terra è bello, semplice e conveniente. Se le cose non vanno bene, si chiude e tanti saluti. Altro che tecnologie e Silicon Valley, qui si torna a fare il lavoro dei nostri nonni.
Ma chiuso il libro delle favole, la retorica del “cambio vita”, cappello di paglia in testa e immersione nella natura, va inevitabilmente a scontrarsi con una realtà fatta di fatica, sudore, polvere, merda (quella vera, fondamentale in campagna: è il cibo della terra), urina, puzza. E pure qualche maledizione, perché il raccolto non è quello previsto: c’è stata troppa pioggia, sole, vento, i funghi, le cimici, la peronospora, le vacche hanno la diarrea o le mammelle infiammate. Senza dimenticare la burocrazia. Già, perché se non è un hobby ma un vero lavoro, purtroppo con gli uffici pubblici ci devi avere a che fare. La partita Iva, le tasse, le fatture, i controlli, i contratti, le scartoffie. Insomma, oggi lavorare in campagna, vivere di agricoltura, per certi versi è più difficile che all’epoca dei nostri nonni.
Tempi ha incontrato un produttore di latte di San Daniele Po, piccolo comune da un migliaio di anime a un passo dal grande fiume, in provincia di Cremona. Azienda agricola Sol di Aristide Soldi, esponente della quarta generazione dei titolari: il suo bisnonno aveva rilevato tutto nel 1888. Oggi Aristide è proprietario di 205 ettari di terra più altri 10 in concessione demaniale coltivati a pioppeto, la passione del nonno. Per intenderci: 2 milioni e 150 mila metri quadrati, cioè una superficie pari a oltre 280 campi da calcio. Nelle stalle vivono i bovini da latte, 460 capi di cui 220 in lattazione, i restanti vengono fatti crescere per essere pronti a sostituire le bestie troppo vecchie o malate. I maschi, invece, sono venduti.
Cosa vuol dire oggi portare avanti un’azienda così? «Si inizia prima dell’alba, le vacche vanno munte un paio di volte al giorno. Poi le stalle vanno tenute pulite, occorre raccogliere il letame, pensare ai campi, arare, concimare, irrigare e raccogliere quello che nel mio caso è l’alimento principale degli animali (il foraggio). Il latte è un prodotto altamente nutritivo, va tenuto in cisterne a determinate temperature e consegnato nel giro di 4 o 5 ore, altrimenti deperisce. Otto ore di lavoro? Non scherziamo, si lavora finché serve. Chiariamo subito una cosa: in natura non comanda l’uomo. Vuoi tornare a lavorare i campi? Mettiti in testa che non tutto va secondo i programmi. E la passione non basta».
Burocrazia e tasse
Aristide alla passione ha aggiunto una laurea in Agraria con specializzazione in Agronomia. Naturalmente parla in dialetto e l’intercalare più usato è quel “Te vegna en cancher” che Peppone augurava spesso a don Camillo. La calcolatrice non gli serve, fa tutto a mente con una naturalezza imbarazzante. «Con il prezzo del latte attuale, rispetto al 2014, ho incassato 107 mila euro in meno solo nei primi otto mesi dell’anno. E il quantitativo di produzione è stato lo stesso». E quanto vale oggi il latte al litro? «Non lo so. Fino ad agosto me lo pagavano 0,354 euro al litro. A settembre vedremo». Questo è uno dei problemi. Come si stabilisce il prezzo del latte? Nel resto del mondo cambia ogni 15-30 giorni, in alcuni casi ogni tre o quattro mesi. Ed è calcolato in base all’andamento del venduto precedente. In Italia no. «Da noi – spiega Soldi – il prezzo si calcola con una trattativa tra le industrie che lavorano il latte e gli allevatori. Il tutto in totale assenza di regole prestabilite. Quando termina la trattativa? Solo quando lo decide l’industria! Io ho consegnato il mio latte di settembre con regolarità, ma senza sapere quanto mi verrà pagato. Quando? All’estero i miei colleghi incassano tendenzialmente ogni 15 giorni. In Italia non prima di 60».
E le tasse? «Sproporzionate visto il crollo del reddito dell’allevatore. Se uno non ha utile, perché deve pagare lo Stato? I miei colleghi, negli Stati Uniti, se alla fine dell’anno non hanno prodotto utili non pagano nulla». Eppure lo Stato e le Regioni stanno finanziando, e non poco, le nuove attività agricole, soprattutto se sono condotte da under 35 o donne. «Qualche anno fa hanno incentivato il biogas. Ma non è come la raccontavano: ha un’idea di quanto costa produrre mais per trasformarlo in energia elettrica? Altro esempio: i pannelli solari. Vanno bene sui tetti, non nei campi: la terra va lavorata, dà lavoro. Un’azienda agricola ha un indotto molto ampio, fa lavorare molte persone. Noi qui siamo in sette. Tre nei campi e quattro nelle stalle, più gli stagionali d’estate. Ma poi servono elettricisti, muratori, chi guida i camion, veterinari e alimentaristi. Io sono ancora convinto che un’agricoltura forte può far funzionare un paese. Oggi si incentivano i giovani a iniziare un lavoro che non conoscono a fondo. Bisogna creare un ponte tra la realtà e lo studio teorico. Noi che andiamo avanti da generazioni e abbiamo un certo tipo di competenza siamo presi in giro. Bisogna usarli con intelligenza, i soldi pubblici».
Il Bio rende di più
A mettere in difficoltà gli allevatori in quest’ultimo anno è stato anche l’embargo voluto dall’Unione Europea contro la Russia. «Il latte della Germania o della Polonia prima era destinato ai mercati dell’Est, ora arriva in Italia. Questo genera un’offerta sproporzionata e quindi un inevitabile crollo del prezzo. Rispetto al 2014 siamo vicini a un -28 per cento. Conosce altri esempi di aziende il cui prodotto è venduto a un prezzo del 28 per cento inferiore rispetto all’anno prima? E naturalmente non è che sono diminuiti i costi, anzi. Io non ho nemmeno licenziato il personale».
E oltre al danno, continua Soldi, c’è anche la beffa dei controlli. «Il latte che arriva in Italia, sappiamo almeno che origini ha e come è trattato? Spero solo che i test siano più seri di quelli che facevano con le Volkswagen. Quando vai a fare la spesa, sul tetra pak spesso non trovi scritta la provenienza del latte, perché la Commissione europea ha stabilito che questa informazione è facoltativa. Alla faccia di trasparenza e tracciabilità. Perché devo sapere da dove arrivano le pere e non il latte? Se ci fosse scritto, l’acquirente si farebbe anche una ragione del prezzo che deve pagare. Io ho dei costi di produzione molto più alti che in Polonia. Ho dei controlli che mi obbligano a spendere determinate somme per garantire una certa qualità. Se costa troppo poco è evidente che è brodaglia. Ci facciamo imporre le cose dall’Europa ma ci stiamo facendo del male».
Aristide non è scoraggiato. Per il futuro sta compiendo tutti i passi necessari perché il suo latte abbia la certificazione biologica. «Via pesticidi e diserbanti. E puoi avere una sola vacca per ogni ettaro di terra, non di più. Se il consumatore è più contento, io anche: il latte è pagato 15 centesimi in più al litro». Tutto viene dalla terra, è vero, ma «ricordatevi che la terra è bassa: non basta la passione per campare, occorre avere studiato e soprattutto fare la fatica di chinarsi».

Mauro Cappuccio
Segretario Generale Insieme per la Terra

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