Riso, l’accordo pericoloso con il #Vietnam

Durissima è la presa di posizione di Ombudsman contro la Commissione Europea per non aver verificato le ricadute sui diritti umani relativamente all’importazione senza dazi del riso vietnamita.

Non è solo il mondo risicolo a criticare l’accordo con il Vietnam, che una volta ratificato porterà in Europa 80 mila tonnellate di riso senza dazi: l’Ombudsman europeo ha recentemente criticato la Commissione per non aver fornito una verifica su come il suo accordo di libero scambio con il Vietnam potrebbe pregiudicare i diritti umani prima di arrivare alla ratifica l’accordo. Ruth Kelly, una dei responsabili dell’associazione Action Aid, conferma infatti al sito EurActiv.com, che questo accordo bilaterale sembra essere destinato ad intrappolare il Vietnam in una spirale negativa di bassi profitti – bassi salari, che di compromettere i diritti dei lavoratori. Le trattative si sono concluse nel dicembre 2015. Il passo successivo è quello di portare l’accordo davanti al Consiglio dei Ministri e al Parlamento europeo per la ratifica. Ma in uno studio del 2013, la Commissione aveva constatato che l’operazione rischia di portare ad un importante cambiamento nell’economia del Paese asiatico, verso la produzione di massa di vestiti a basso costo e scarpe. Fino ad oggi il Vietnam è stato un buon esempio del modo in cui la crescita economica può essere fattore chiave della lotta contro la povertà, fintanto che è ben guidato. Il Paese ha dimostrato di essere notevolmente dinamico, con uno spiccato spirito imprenditoriale che ha portato alla creazione di posti di lavoro. Il PIL pro capite è triplicato in soli dieci anni. Impressionante – e in netto contrasto con molti altri Paesi – l’aumento della ricchezza, diffuso in modo relativamente equo. Secondo la Banca Mondiale, il reddito del 40 per cento della fascia più povera della popolazione vietnamita è cresciuto del 9 per cento all’anno dal 1993: uno dei tassi più veloci di miglioramento del benessere nel mondo. La pressione da marchi globali per la fornitura rapida di calzature e vestiti a basso costo costringerà le fabbriche vietnamite a tagliare i costi, spingendo i salari verso il basso, esponendo così i lavoratori del Vietnam al tipo di terribili condizioni di lavoro responsabili del disastro avvenuto in Bangladesh nel 2013 al Rana Plaza. Probabilmente, vi è una maggiore enfasi sui diritti sociali in Vietnam che altrove in Asia. Ma i diritti dei lavoratori sono stati minati nel momento in cui il Paese si è aperto al mercato internazionale. Il salario minimo, originariamente fissato ad un livello “di sussistenza” , è stato tagliato e superato da inflazione e il potere contrattuale dei sindacati sponsorizzati dallo Stato si è indebolito, e non è facile applicare le condizioni sindacali supplementari. L’economia è sempre più dominata da lavori di montaggio poco qualificati in elettronica, abbigliamento e calzaturifici dove, secondo la docente dell’Università di Cornell, Angie Tran , “per lo più giovani lavoratrici entrano nel ciclo produttivo con salari non vivibili e in condizioni di lavoro scadenti”. Il rapporto di ActionAid mostra che le regole globali fermano l’utilizzo da parte dei Paesi in via di sviluppo delle politiche che le nazioni ricche avevano utilizzate per sostenere nuove industrie redditizie per guidare la creazione di posti di lavoro ben pagati. Ma un numero crescente di Paesi sta remando contro proposte nello stile di TTIP, che impediscono loro di ottenere il meglio da investimenti esteri e dal commercio globale. I paesi ricchi e i blocchi commerciali come la UE dovrebbero rivedere gli accordi commerciali al fine di garantire ai paesi poveri di poter utilizzare la politica economica per guidare una crescita equa allo scopo di creare posti di lavoro dignitosi e ben pagati.

Dr. Nicola Gozzoli
Presidente Insieme per la Terra

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