Lo #spreco di #cibo, una dura realtà

L’inchiesta della Stampa lascia sgomenti, per non dire increduli. In quale società vogliamo vivere?

Ci sono i numeri dello spreco di cibo. E fanno impressione: 5 milioni e mezzo di tonnellate l’anno, 12 miliardi buttati al vento in Italia. Ma il potere evocativo dei dati (fonte Politecnico di Milano con Fondazione banco alimentare) è poca cosa di fronte a quello delle immagini: «Lo vede? È un pezzo di formaggio ed è ancora commestibile». Luca Rossi, direttore dell’Ipla (Istituto per le piante e per l’ambiente del Piemonte), ha ragione: su quel pezzo di toma non c’è alcuna traccia di muffa. Anche la crosta, a prima vista, è quasi perfetta. E non ha l’odore di un cibo andato a male. Peccato, però, che non si possa più mangiare.
Luca Rossi ha preso il latticino da un ammasso di rifiuti organici provenienti dalla grande distribuzione e scaricata per terra nell’aia di stoccaggio dell’impianto di compost gestita dalla società Territorio e Risorse alle porte di Santhià, in provincia di Vercelli. Ci sono baguette, pane casereccio di ogni forma e dimensione; filoni integrali e alle noci. E poi tranci di pizza rossa e bianca («È ancora morbida, si poteva recuperare»), formaggio stagionato, peperoni, sedani, limoni, mele. Ottocento chili, forse una tonnellata. Osservare tutto quel cibo scartato fa star male ed è ancora peggio quando Rossi, con occhio esperto, si china per raccoglierne qualche campione e dimostra che è ancora buono. Mentre il direttore di Ipla parla, il suo presidente, Igor Boni, in una decina di minuti, e senza scavare dentro l’ammasso, raccoglie prodotti che avrebbero potuto essere conservati in frigo e poi essere cucinati. «Non hanno un brutto aspetto dopo due viaggi dentro i compattatori».
Maurizio Martina – «recuperiamo ogni anno 550 mila tonnellate di cibo che viene distribuito a milioni di persone in difficoltà». Il Parlamento ha approvato una legge in materia e promette di recuperare un milione di tonnellate entro l’anno. Un passo avanti, sicuramente. Ma c’è un problema. Il Politecnico di Milano ha studiato gli sprechi della filiera. Si parte dai campi dove si butta, a causa della deperibilità, il 34% del prodotto. Il ministero afferma di recuperare 300 mila tonnellate di ortofrutta l’anno. L’1% è legato alle lavorazioni industriali mentre il 14 agli scarti della grande distribuzione. Il consumo domestico pesa per il 47%. E in questo non serve una legge ma l’educazione alimentare.

Dr. Nicola Gozzoli
Presidente Insieme per la Terra

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