L’Italia della disperazione che non viene ascoltata da nessuno. Ecco come sono ridotte le nostre campagne ed i nostri allevamenti.

«Cosa cambia per il nostro settore se noi andiamo o non andiamo a votare? Quale è il candidato che ha nel suo programma elettorale una proposta per la maggiore economia della Sardegna o che abbia chiaro cosa significa lavorare in queste condizioni?». Interrogativi unanimi, condivisi in tutte le aziende agricole, o per lo meno in quelle degli imprenditori che hanno annunciato di rinunciare al voto.

È così che in tutta la Barbagia, nei centri attraversati dalla statale 128, da Orotelli fino a Ovodda, ma anche a Ottana, Orgosolo, Oliena, Gavoi, Fonni, Desulo, fino a contare diversi centri del Mandrolisai, dal mese scorso sono state restituite agli uffici comunali circa 2500 schede, da parte di pastori, allevatori di bovini e da parte delle loro famiglie.

A far di conto, per capire quale sia la portata del non voto sono gli stessi primi cittadini, che hanno ascoltato nei propri uffici le motivazioni della tanto clamorosa protesta. Centri dove la pastorizia traina l’economia locale, e dove le strade sono l’intreccio economico su cui si fonda il sistema del pecorino romano, la Dop, che in base alle sue fluttuazioni sul mercato, decide se il pastore riuscirà a pagare il proprio lavoro, o se sarà tenuto al lazzo, e costretto a svendere il suo latte.

Ad aprire le danze è stato il paese di Ollolai: 200 schede restituite su 1000 aventi diritto al voto, e a seguire, in un sussulto di rivolta mista a rassegnazione i numerosi altri centri del territorio e della Sardegna. È l’esercito di uomini e donne che ogni mattina si alza all’alba per recarsi in azienda: 365 giorni l’anno, non conosce ferie, malattia o riposo. Sono gli allevatori e agricoltori della Sardegna, il cui lavoro, pur essendo uno dei motori economici dell’isola, non riesce a trovare un governo, una seria programmazione che permetta loro di fare investimenti di lungo termine o di programmare le produzioni. Sono imprenditori solo sulla carta, perché di fatto non viene permesso loro di ragionare in termini di impresa.

«Eppure – dicono- è l’unica industria che resiste, è l’unica che da un governo all’ambiente, è l’unica che tutela il territorio, oltre a essere l’unica industria che mantiene le peculiarità del settore agroalimentare della Sardegna». Lo sanno bene le giovani generazioni. Quei giovani che hanno studiato e vogliono continuare a lavorare in agricoltura, che sanno perfettamente quanto sia importante sfruttare le risorse del Piano di sviluppo rurale oggi e per i quali domani è già troppo tardi.

Dr. Nicola Gozzoli
Coordinatore Nazionale Insieme per la Terra

Fonte: La Nuova Sardegna

Pubblicità

Condividi su